La natura come radicamento ed evoluzione

Secondo l’antroposofo Rudolf Steiner, la natura sta alla base dell’educazione dei più piccoli ed è impossibile che ad un bambino vengano imposti concetti rigidamente limitati, proprio perché egli può evolvere di pari passo con la natura.
La relazione dell’uomo con la natura è dinamica e può essere paragonata ad un albero: quest’ultimo, se è vecchio ma sano, ha radici profonde scavate tra la terra e le rocce, mentre dalla parte opposta esso possiede un tronco molto lungo e una corteccia molto resistente. 

L’uomo, quindi, avrà bisogno di forti ancore, che rappresentano simbolicamente il radicamento che egli ha nel mondo. Questo è senz’altro un tema completamente attuale, perché viviamo in una società quasi completamente globalizzata, che tende a slegare l’uomo dalle proprie radici. E no, il progetto globalista non si ferma solo in ambito economico, perché è ormai evidente sotto gli occhi di tutti come le lingue locali si stiano rimpiazzando ad una lingua, che una volta veniva convenzionalmente usata nel commercio, ma che ora si trova dappertutto e nel lessico di tutti ormai: l’inglese. A rimetterci sono in primis le lingue regionali, come il friulano e tutto il bagaglio culturale che si è sviluppato nei secoli e che sta piano piano andando perso, perché, si sa: parlare il friulano è da “vecchi”. Eppure, non c’è niente di più sbagliato, che pensare che le proprie origini e la propria cultura possano rappresentare un pericolo da sviare, perché vorrebbe dire negare a sé stessi da dove si è partiti e dove si radica. I linguisti potrebbero pensare “Sì, ma questa è una lingua destinata a morire”. Io non penso che potremmo già organizzare un funerale alla nostra lingua e non penso nemmeno che il friulano non debba evolvere come lingua, perché se una società evolve, le lingue vive non fanno altro che adattarsi, includendo nuovi termini che prima non esistevano, mantenendo intatte la grammatica e l’ortografia. Penso semplicemente che l’attitudine della società a questa, e a tante lingue e culture, sia errata in principio e questo conferma perfettamente gli schemi e le logiche globaliste e classiste.
Se il globalismo si fermasse ad un ambito puramente economico, esso rappresenterebbe comunque un danno sociale e ambientale. Pensiamo semplicemente al mondo agroalimentare: ogni anno importiamo migliaia di tonnellate di grano e di verdure che potrebbero essere prodotte localmente, magari anche in maniera biologica salvaguardando l’ecosistema, ma, nonostante ciò, il consumatore sceglie al supermercato la farina che costa meno e il cespo di lattuga che è cresciuto in Lazio, e di conseguenza la perdita di numerose selezioni di semenze locali, adattate e modellate ad un clima preciso. Eppure, quel cespo di insalata sarebbe stato disponibile anche solo un mese dopo in Friuli. Si tratta quindi di saper rispettare i ritmi ed i limiti della natura e di rieducarci ad ascoltarla: rispettiamo la stagionalità di quello che essa ci può offrire, non pretendiamo di trovare risorse preziose nel posto in cui di solito non le troveremmo. È solo così che un essere umano può sviluppare punti fermi nel suo terreno, se, come le radici, sa risucchiare ciò che veramente gli serve, cioè ciò che la natura gli può offrire. 

Il secondo aspetto di analisi è il tronco e la corteccia: essi rappresentano l’evoluzione dell’uomo, quindi, la direzione e la velocità con cui cresce e, anche, il grado di proteggersi da fenomeni esterni. 
Come si può notare, gli alberi e le piante si adattano, col tempo, ai cambiamenti del clima e sanno quindi cambiare al variare delle condizioni climatiche. Essi, con pazienza, si evolvono e diventano sempre più forti al variare delle condizioni esterne. Anche l’uomo può essere in grado di scegliere come meglio adattarsi o reagire davanti a certe situazioni – come quelle più difficili – e cerca, a livello sociale, di aderire a sistemi che meglio lo rappresentano.
Il tronco, oltre che affidarsi saldamente alla stabilità delle radici, si sviluppa verticalmente e, in un bosco, cresce alla ricerca dei raggi del Sole, in modo tale da non sentirsi soffocato dal buio del bosco. Anche l’uomo si comporta così: cerca di emergere tra tanti, per ritrovare sé stesso dentro una società che porta a soffocarti, se non si sorpassano certi schemi. Ecco che si parla di evoluzione: l’uomo vive e passa di salto evolutivo in salto evolutivo, non può mai tornare ad uno step precedente (l’albero, infatti, non decresce): male che vada non cresce. L’evoluzione è data dalla capacità di scegliere cosa è meglio per sé nel bosco in cui si vive e di rispondere in maniera rapida alle avversioni della vita. In un momento storico come questo, tutti dovremmo scegliere quale posizione prendere per emergere e per definirci. Non possiamo stare inerti di fronte ai veri problemi al giorno d’oggi. 

Le conclusioni risultano chiare: l’uomo non può negare il rapporto che ha con la natura, e se, grazie alle rivoluzioni industriali, l’uomo ha sviluppato questo forte senso di alienazione (che oggi raggiunge il suo picco), la società sta sentendo una sorta di risveglio e voglia di ricreare una vera ed autentica connessione con la natura, che non è senz’altro dettata dalla cosiddetta “transizione ecologica”, perché questa politica concilia ancora, nel 2022, obiettivi economici basati sul consumismo, che è il vero e proprio motivo della decadenza sociale e ambientale del nostro Paese (e non solo).
Inoltre, non crediamo che la natura sia rappresentata da distese di campi di mais ricchi di DDT, o da allevamenti intensivi di maiali: ricostruiamo un rapporto vero e a misura d’uomo con essa, perché se solo sapessimo fermarci per un momento e sapessimo ascoltare i segnali che ci sta mandando, potremmo veramente cambiare il rapporto che abbiamo con noi stessi. 

Simone Miglioranzi

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