Lettera a colleghi

Pubblichiamo la lettera di un’insegnante, che potrebbe essere qualsiasi insegnante che oggi in Italia non si è piegato alle imposizioni di un governo dittatoriale. Da studenti ci chiediamo se c’è ancora qualcuno ai vertici della politica che punta sui giovani per costruire l’Italia del domani. 

Cari colleghi, 

Sono stata sospesa in mezzo al vostro silenzio omertoso perché ho preso la decisione di non vaccinarmi, come mi permette di fare la legge. Sono andata incontro alle conseguenze della mia scelta quindi non mi vedrete più a scuola, ma vedrete un insegnante a sostituirmi al quale darete aiuto e offrirete collaborazione perché vorrete fingere di vivere nella normalità, perché considerare la situazione ingiusta o quantomeno assurda vi porterebbe a sottoporre a dubbio e contestazione tutto il vostro mondo. Vi faccio presente che non ho ucciso, non ho rubato e non ho fatto violenza di nessun genere sui ragazzi e la mia preparazione professionale non è stata messa in dubbio né dalla dirigenza né da nessun altro. La mia classe sta andando incontro all’esame di fine anno e io vengo allontana per motivi definiti sanitari che voi, nonostante la vostra preparazione critica e culturale, non riuscite a mettere sotto cosciente esame. 

Io sono qua perché amo questo lavoro che ho l’onore di fare. L’anno scorso ho vissuto un anno pieno di soddisfazioni, insegnamenti e felice di un gruppo coeso e collaborativo di colleghi. Mi sono sentita stimata e apprezzata da voi per il lavoro che ho fatto e per l’impegno che ci ho messo, come io ho stimato voi per tutto quello che mi avete insegnato e quello che mi avete dato dal punto di vista umano e lavorativo. 

Non mi sento una minaccia per questo Paese, anche se in tutti i mezzi di comunicazione vengo fatta passare come tale: voglio solo lavorare, continuare ad imparare, stare con i ragazzi e insegnare le mie materie. 

Se facevo un tampone ogni due giorni e raggiungevo una scuola a quaranta minuti da casa per lavorare non è perché mi mancava un tetto sulla testa: grazie a Dio ho una famiglia, una casa e non mi manca nulla. Facevo un tampone ogni due giorni perché ho cercato di adattarmi a questo sistema facendo una scelta che non può non apparire squilibrata e per nulla libera. Sono contraria al green pass perché non trovo civile una società che accetta una tessera per lavorare, andare in banca, in posta, prendere i mezzi pubblici, andare al bar, al ristorante e chissà per che cos’altro ancora. Le parole del docente piemontese di filosofia Piero Martinetti, il quale asserì che l’imposizione di fare giuramento al fascismo si scontrava con l’” impossibilità morale di andare contro ai principî che hanno retto tutta la mia vita” sono l’esatta espressione di ciò che sento. Il green pass va contro i miei principi morali che sono ben ancorati all’idea di una società che debba abbattere le differenze, non crearle; che debba incoraggiare il pluralismo, non combatterlo; che debba farsi garante di uguaglianza tra i cittadini e non fomentatrice di odio nei confronti di una minoranza di persone. 

Non posso accondiscendere alla richiesta di essere complice di uno scellerato sistema di frazionamento della società in “buoni” e “cattivi” perché tutto ciò va contro quello che ogni giorno insegno ai miei alunni nella speranza che diventino cittadini onesti, attivi e intelligenti. 

Nei ragazzi ripongo grandi speranze: da due anni vengono vessati, accusati e allontanati dagli adulti che li considerano pericolosi veicoli della malattia; sono stati progressivamente spinti a prediligere i videogiochi nelle loro stanze al posto degli incontri all’aria aperta con gli amici; hanno ricevuto infiniti richiami e note per le mascherine abbassate. Eppure, la loro forza vitale è bella ed intatta e visibile negli occhi vivaci di bambino. Cari colleghi, ricordatevi che loro sono la nostra speranza in un futuro migliore, come ogni generazione ha fatto; loro sono la potenza della vita che vince su tutti i mali che possono affliggere l’umanità; loro sono ciò che dobbiamo proteggere, non combattere. 

Quando sono a scuola mi sento bene, adoro preparare le lezioni, fare lezione, fare i dibattiti in classe, parlare del futuro e vedere i ragazzi che si cimentano con la grammatica italiana, con i temi e vederli in agitazione per una verifica o un’interrogazione. Spesso i ragazzi si confidano con me, mi dicono le loro paure, mi raccontano cosa fanno nel tempo libero, mi parlano dei libri che leggono e dei film che guardano. Mi sento la persona più felice del mondo quando insegno e mi entusiasmano tutti i ragazzi, dal primo all’ultimo, anche quello più svogliato, quello più scalmanato, quello a cui le materie che insegno proprio non piacciono. Non cambierei questo lavoro per nessun altro lavoro al mondo, non ne faccio nemmeno una questione di retribuzione.

Vi chiedo di riflettere su questo, cari colleghi, sul fatto che sono la stessa insegnante dell’anno scorso: se mi stimavate qualche mese fa non vedo cosa possa essere cambiato. Io sono sempre io, ho il mio percorso di studi, la mia laurea, la mia pubblicazione scientifica, il mio impegno ad imparare da voi tutte le competenze che avete acquisito perché siete bravi insegnanti e avete istruito molte generazioni di studenti e affiancato molti neo-insegnanti come me. 

Spero che queste parole possano essere di riflessione per tutti.

Giovane insegnante friulana 

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